C’era una volta il corredo… Bisogna iniziare cosi, perchè ormai il corredo che le spose preparavano accuratamente per lunghi anni e portavano in dote al matrimonio, va forse riposto tra le favole. Purtroppo.
Perchè è un altro spicchio di femminilità scomparsa, sacrificata forzatamente dalle donne in nome del lavoro per assicurare una vivibilità dignitosa alla famiglia. E lenzuola, asciugamani, tovaglioli, ma anche biancheria intima, camicie da notte appena trasparenti e molto più sensuali del niente o quasi odierno, diventano cimeli da museo. Oggi si acquista tutto al market, tutto uguale per tutti, costruito in serie anche per le boutique. Come si sta tentando di fare per le persone, comprimendole in stampi creati dai potenti, rubando alle persone individualità, discernimento, creatività, fantasia.
Il corredo era una carta d’identità della sposa e della sua famiglia. Fatto di gusto, dedizione, accuratezza e un pizzico di fantasia tutta femminile. Vietato a padri, fratelli e fidanzati occuparsi di corredo o solo vederlo prima del matrimonio. Si riponeva accuratamente nella grande cassa di legno, tra naftalina e mazzetti di spighetto. Si sfoggiava soprattutto alla nascita dei figli, quando parenti e amici facevano visita per i saluti, le congratulazioni, i pranzi. Pizzi, ricami, candide tovaglie e tovaglioli, ma anche la collana di corallo rosso della neo mamma, gli ori, gli spilloni d’oro e corallo, le “boccole” (orecchini) d’oro giallo da 24 carati che incastonava perle vere o solo madreperle lavorate. Il corredo era sfoggio, ma anche fonte di malcelate invidie, chiacchiere, critiche e veleni sussurrati.
Come per le “vettarelle”, teli di lino fine da un metro per cinquanta centimetri, con ricercati e artistici pizzi ai lati minori, ripiegato in tre strati e posto sul capo delle donne nelle feste aggreganti, assieme ai costumi d’epoca e ai monili più o meno preziosi. Certo, c’erano i corredi delle spose benestanti che spesso venivano ordinati a sartorie di prestigio, ma erano più suggestivi e tradizionali quelli fatti dalle future spose, fin dall’adolescenza, assieme a nonne e madri nelle sere di veglia. Le ragazze imparavano da madri e nonne, ma anche – o molto più – dalle suore che erano vere maestre di ricamo, a usare ago e filo, capire la differenza tra lino, cotone, lana con tutte le variazioni annesse. E creavano il loro corredo: dodici asciugamani, lenzuola di sopra e di sotto, federe, tovaglioli, corpetti e quanto altro si doveva. I ricami al pizzo o al tombolo impreziosivano il corredo, ma obbligatorio, innanzitutto, era “curare il palmo” con maestria.
Un lavoraccio fatto di lavaggi ripetuti dei grandi teli di cotone grezzo, da stendere poi sul prato per farlo asciugare al sole. E appena asciutto si ricominciava daccapo, fino a quando il panno diventava bianchissimo e fine, pronto per essere lavorato da forbici, ago e filo. Quando nasceva una bambina, la madre iniziava praticamente da subito a risparmiare lira su lira per il corredo da sposa. Altro che famiglia patriarcale con l’uomo padre e padrone. Era la donna, la ‘vergara’ madre di famiglia a guidare la micro-comunità, a tenere la chiave del primo cassetto del comò dove si riponevano i magri risparmi, i pochi monili e le cose care. Solo grazie a questa predisposizione atavica delle donne al risparmio e del mettere da parte ricordi e brandelli di storia familiare che in questo terzo millennio è ancora possibile vedere e ammirare quell’universo di femminilità estinta o in via d’estinzione. Come le favole. Come…”C’era una volta il corredo”.
La preparazione del corredo per la sposa era in realtà una “storia” che iniziava sin da bambina. I genitori, le mamme soprattutto, sin da quando nasceva la figlia “femmina”, pensavano a preparare il corredo per quando si sarebbe sposata. Si comprava il lino o il cotone, fili da ricamo o da uncinetto, nei negozi di tessuti e merceria oppure si andava direttamente da quelle che poi sarebbero state le ultime tessitrici a ordinare la tessitura di lenzuola e asciugamani e poi si ricamavano. Molte ragazze in età “da marito” frequentavano i laboratori di ricamo delle suore o delle “mescie” oppure imparavano direttamente dalle mamme, dalle nonne o vicine di casa esperte, pizzi e merletti all’uncinetto o ai ferri. Chi non era abile a ricamare, a volte solo per arricchire il corredo con capi diversi, acquistava dai “commessi” che venivano da fuori. Questi erano commercianti molto scaltri che, avendo capito quanto le famiglie tenessero all’usanza di preparare il corredo, venivano spesso con le automobili cariche di biancheria ricamata e non e, utilizzando il “passaparola” da una famiglia all’altra, facevano loro visita convincendo a comprare e soprattutto proponendo una “comoda” modalità di pagamento a rate a volte tramite bollettino postale altre volte a rate mensili da versare direttamente nel corso delle visite successive.
Il corredo comunque sino a quegli anni, 50’ o 60’, rappresentava un vero e proprio “status simbol” specie per le mamme dei futuri sposi. Un corredo normale doveva avere sei paia di ogni cosa: sei lenzuoli sotto e sopra conquattro federe, sei tovagliati da tavola ricamati e sei giornalieri, e poi sei asciugamanidi lino, sei di spugna, sei ricamati, per non parlare delle mantelline da mettere primadi pettinarsi. Poi asciughini per la cucina, stracci, anche le pezze da adoperare per vetri,specchi e per spolverare avevano l’orlino a giorno. A quindici-sedici anni la ragazza aveva il corredo pronto. Poi si cominciava con le coperte a file’, le trapunte e via di questo passo. Se poi la famiglia era benestante, tutto veniva raddoppiato o triplicato. A parte il corredo per la casa, si dava ilcorredo personale che andava dalle mutandine alle camicie da notte alle vestaglie e alle liseuse leggere o pesanti. Quando cominciava a far fresco si usavano sulla camicia da notte.In inverno si mettevano quelle di lana (specie di giacchette molto morbide con maniche ampie) così non si sentiva freddo. Se la famiglia stava bene, si dava la casa con alcune stanze arredate (camera da letto,pranzo,cucina) mentre le stanze di rappresentanza venivano arredate dalla famiglia dello sposo.Alla sposa la madre di solito donava oro, nelle famiglie ricche la sposa aveva in dote un chilo d’oro (bracciali, collane orecchini, perle e brillanti) poi tutto quello che serviva in cucina dalla batteria ai piatti. Di solito i servizi eleganti e importanti venivano donati dalla famiglia dello sposo o da parenti stretti.
Il corredo bello e pronto faceva bella mostra di sé soprattutto nella giornata in cui si preparava il letto dei futuri sposi. Generalmente una settimana prima del giorno fissato per le nozze si trasportava il corredo dalla casa della sposa alla nuova abitazione. Si trasportavano nelle ceste portate a mano o sul capo dalle donne della famiglia, successivamente nei bauli o nelle casse su piccoli motocarri (ape) agghindati con nastri colorati e rami di alberi e fiori che si annunciavano suonando ripetutamente il clacson. All’arrivo si lanciavano i confetti e nella nuova casa si metteva in mostra la biancheria, si preparava il letto con la biancheria più pregiata e infine vi si mettevano sopra cioccolatini, confetti, e banconote come regalo per gli sposi…
Mi confido’ una signora: ”Ancora oggi quando metto il lenzuolo bianco ricamato a piccoli fiorellini fatto con un cotone delicatissimo “pelle d’uovo”, mi sento come accarezzata dalle ali di un angelo”.
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